PENSIERI e POESIE

In qualsiasi periodo storico fossi vissuto avrei dipinto con lo stile con cui dipingo oggi, perché ho avuto gratuitamente l'ispirazione di ciò che devo fare.

Sono nato per ammirare il bello e per riprodurlo: è un dono della Provvidenza.

 

* * *

Ho pitturato per istinto, con gioia. Dipingendo ho sempre sperimentato un profondo godimento che mi conduceva ad avere una certa difficoltà a dare un prezzo ai quadri.

Come il  tenore che si ritrova una bella voce  canta volentieri, così io dipingo dando “voce” ad una capacità di cui sono stato dotato.

 * * *

Il dono ricevuto si valorizza con l’esercizio e lo studio, cercando di elaborarlo.

Durante la mia attività ho percorso chilometri con la bicicletta per stare a contatto con la natura: ogni giorno mi alzavo prestissimo per studiare l’alba.

E’ nella natura che ho studiato proporzioni, misure, disegno e colore. Quest’ultimo è l’aspetto più esuberante della creazione.

Non si diventa artisti se non si ama la natura.

 * * *

L’arte la intendo con la A maiuscola nel senso che, a mio parere, è la più alta manifestazione dell’attività umana. Di qui la dignità dell’artista investito della missione di diffondere tale grande attività.

 

 * * *

Mascagni fa parte del mio temperamento, è livornese come me.

Ho dipinto il suo “Inno del sole”. Il sorgere del sole è una manifestazione straordinaria: è un inno alla natura, è luce e vita, è colore e calore, è gioia di vivere!

Mascagni l’ha interpretato con note musicali, timbri ed effetti sonori smaglianti, io con i colori.


La musica dello spirito:

bozzetti poetici

 

LIBECCIATA

 

Come tuono il mare romba

di cavalli pazzi in guerra

corsa sbrigliata di criniere è l’onda.

S’inerpica proterva, sprofonda

frange bianca spuma

fischiando fluttuante, tronfia

di bave frizzanti, sfuma;

viene va e ritorna stanca,

frena l’ira dell’altr’onda

che impetuosa ulula fra i massi

e la ruspa roccia: a riva

vanno alla risacca i sassi

e tornan con rumor di frana.

 

Il vento vorticando, l’alghe

appiccia sui pendii e l’erbe a ciuffi

sbatte, e l’arido stecco stride,

rasente a rupe i ginepri torti,

il pino scricchia con le mosse cime

e la tamerice fradicia salsa fruscia.

Sfiora un candido gabbian, radente

sguscia, aleggiando lentamente, e

veloce sfiora l’onde.

 

Il cielo è torvo or l’onda è nera,

ad un tratto uno squarcio rompe

il cielo, un raggio l’onde indora

di smeraldo, di rubino e di zaffiro;

le crespe e le criniere, di diamante.

Acceca quella luce che corre

colle nubi, e varia l’andar del guardo

che cambia fugace di colore.

Sibila il vento fra caverne aspre

simile ad un collettivo pianto

di disperata gente o di ciurme naufraghe alla deriva.

 


 

IL RUSCELLO

 

Va’ limpido ruscello

per la china mormorando

veloce in tra le pietre,

ridi, gorgoglia e piangi:

t’ascolto fratello!

Il tuo rimpianto

pel corso di tua vita;

ricordi i monti

ove picciol nascesti?

Poi sempre più grande

fra verdi colline

il belar degli armenti

e delle lavandaie il canto.

 

 

Or ti fermi un istante

a specchiar le stelle

al canto garrulo

delle raganelle.

Dissetasti il bue e l’augello,

lavorasti alla rota del mulino,

sfiorasti lieve un muro

e poi verso la foce

nel mar oscuro

con tutti i tuoi ricordi.

 

Acque che avete il corso

come nostra vita corre

senza speranza di risalir la calle,

si corre, si corre

col rimpianto in core

di cose vissute

tristi o gioconde.

Poiché l’oblio scende

e nel mare eterno porta

il grande e il famoso

 l’umile ruscello ignoto.

Lì finisce l’orgoglio

del forte e il prepotente

e il mite e le vane

illusioni, fusi insieme,

si confondono nel mistero

eterno del tempo.


 

MAROCCONE

 

Queste son le rupi

come bastioni,

avanguardia perenne

del minaccioso mar.

Logore graffiate dall’onde,

nei secoli impavide

abbarbicate l’erbe su pendii

e l’eriche selvagge,

le coccole contorte,

le discese intersecate

da nodose e annose tamerici

umidicce di salmastro,

d’inverno rosse vermiglio,

d’estate ciuffi verdi.

I quercioli nani son zeppi

come fardelli di foglie

e in tra le scepri folte

stormi di piccoli uccelli

selvaggi e muti con arditi

voli sul mar si perdon lontano.

La spiaggia è selvaggia

ispida e varia di forma e di color.

 

Maroccone mio e amato lembo

ove, fra le tue seducenti tinte,

d’ogni stagion dell’anno

trovai diletto, gioia e arte

e pace al cor, lungi dal mondo!

Ti conosco metro per metro

come pochi sanno;

e non sapranno mai apprezzarti 

ed amarti quant’io potei ognora.


 

SOLITUDINE

 

Solitudo, cheta e serena,

mistero profondo,

quando il pensiero è mondo

e puro il cuore!

 

Spazia il guardo

pe’ campi infiniti

e l’aer giocondo

fruga, scava e vaglia,

indaga e domanda

pel passato remoto

e vicino ritorna

alla memoria stanco.

Il bene che fu dà gioia

il mal dolor e tristezza.

La gloria appar sbiadita,

il presente agitato,

ma tosto, librato,

il pensier s’eleva

al ciel e vede

quant’assurde son

le cose del mondo

e gigante il mistero del poco.

Il bel che ci circonda,

l’umile pianta,

gl’insetti e il cielo.

La storia del tutto

mi dà sapienza

forza e consiglio,

fede e bontà tanta.

 

Nell’umiltà sta la forza

e nell’amor la grandezza

per frugar nel mistero,

in ciò che cerco.

Quel che vedo ed amo

aspira ad appagar lo spirto

nell’ansia della pace.

Questa è la via,

solitudine mia,

che conduce l’essere mio

verso l’onnipotente Dio.


 

SIESTA

 

Il sole al vertice cocente

dardeggia i tetti e brucia la terra;

l’ora è avara d’ombre,

ed ognun riposa

sotto le piante e nelle capanne.

Il cane sonnecchia nella cuccia,

nella stalla anelan le vacche,

ansima il porco nel letame,

 e perfin gli uccelli cheti stanno.

Gl’insetti ronzan senza posa

e la cicala flebile sul pino,

alterna il cicalìo stanco

e riprende, in quell’afa ardente.

Riposa il contadino sotto la stuoia

e i bimbi assonnati sotto il fico.

Quanto silenzio e quanta pace:

come la notte è quest’ora di sole.

 

Chiudi questa pagina